Hybrid Theory

Forse non ci badiamo neanche ma tra le operazioni che facciamo più comunemente su tutti i media digitali che abbiamo attorno (dai computer agli smartphone) ci sono quelle legate alle combinazioni di tasti CTRL-C e CTRL-V; vale a dire quando chiediamo ad un processore di copiare qualcosa (una immagine, un testo, un suono, un’immagine o una loro porzione) per poi incollarlo, spesso in un contesto differente da quello di partenza. Teoricamente questo processo viene chiamato in molti modi diversi: ‘copia-e-incolla’ e ‘cut-and-mix’ sono, forse, le forme più diffuse. Entrambe ci pongono davanti a una riflessione fondamentale per capire alcuni dei principi cardine della comunicazione oggi: i concetti di unicità, esclusività, originalità lasciano sempre più spazio a quelli di varietà, molteplicità, variazione e ibridazione.

Se la pratica dell’appropriazione e della rielaborazione di forme culturali precedenti è sempre esistita – i romani hanno “remixato” l’antica Grecia (secondo la metafora del noto studioso Lev Manovich) – oggi si sta estendendo ad ogni dominio della produzione culturale. Le operazioni che compiamo sui nuovi media – tecniche convenzionali e comuni a ogni programma come copiare, incollare, cercare, comporre, trasformare, filtrare etc. – parzialmente automatizzate in algoritmi, ereditano le norme culturali esistenti e ci fanno capire quanto importanti siano i concetti di ‘mix’ e ‘re-mix’ in tanti aspetti della contemporaneità. Ecco la composizione digitale consiste, basicamente in questo, al cinema come dentro gli studi di registrazione o nel laptop del nostro dj preferito. Nell’arte del Novecento ricordiamo i dadaisti come coloro che utilizzando e nobilitando la tecnica del ‘collage’ ci hanno insegnato quanta creatività, originalità e quanto senso si potevano generare dalla giustapposizione di frammenti, dalla reinterpretazioni degli originali, dalla mescolanza degli stili. D’altra parte sappiamo bene che termini come ‘re-mix’, ‘edit’ o ‘campionamento’ appartengono geneticamente al mondo musicale. Sono nati lì, nei club newyorkesi di fine anni ’70, li stessi nei quali nasceva la ‘club culture’. Non è certo un caso. La figura del dj nasce così: colui che sa tagliare, cucire, mescolare insieme tracce e suoni diversi conquista il centro della scena e capisce che quello che fa dal vivo, usando un mixer davanti al pubblico che balla, può farlo anche meglio sul mixer dello studio di registrazione. Da lì al primo remix il passo è breve.

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La ‘versione’, la ‘cover’ e il ‘campionamento’ diventano pratiche di manipolazione del “testo” sonoro oramai storicizzate. Fino agli anni ’80 erano relegate al dominio dell’arte e della sperimentazione. Oggi sono state assorbite dall’industria culturale grazie alla diffusione dei nuovi media elettronici e di Internet. La rivoluzione che ha preso piede nella musica elettronica è stata affiancata da uno sconvolgimento simile anche nella cultura visiva che la accompagna. L’introduzione di strumenti di montaggio ed editing elettronici hanno reso il remix e il campionamento una pratica diffusa anche nel campo della produzione video, tra videoclip, videoperformance, mapping, immagini generative…

Altri strumenti software come Photoshop e After Effects hanno prodotto rivoluzioni simili nell’ambito della grafica, dell’animazione, dell’illustrazione e della fotografia. Pochi anni dopo, il world wide web ha ridefinito il documento elettronico come un ‘mix di documenti diversi’.

Con le parole di Vito Campanelli: “Remix, mashup, sample, loop, cut and paste, edit… sono alcuni tra i termini tecnici ormai entrati nel linguaggio comune che contribuiscono a delineare un inedito orizzonte: quello delle pratiche creative rese possibili dai media digitali”.

Ecco perché il concept attorno al quale ruoterà la stagione 2015-2016 di Nobody’s Perfect sarà “Hybrid Theory”. Se nessuno è perfetto (“Nobody’s Perfect”), se niente si può dire veramente unico, allora ha senso cercare valore e bellezza in ciò che è meticcio, mixato… ibrido, appunto. Generando degli ibridi (uomo-animale, naturale-artificiale, maschile-femminile, etc…) attraverso le tante forme del collage realizziamo giochi di forme, colori e pattern. È così che contribuiamo a quella infinità varietà che rende magica ogni forma di bellezza. Nelle immagini che lo comunicano esattamente come nel set del nostro dj preferito: la chiave di tutto è nel mix. La vera bellezza è ibrida.