RALF: la passione come motore

Ci racconti gli inizi della tua carriera musicale?
Da quando ho memoria di me ho memoria di episodi legati alla musica. La sedia sulla quale salivo per mettere i vecchi cerchi neri, pesantissimi, di mio zio su quel mobilone massiccio che tutti chiamavano: giradischi. Più avanti, il mangiadischi colorato della mia amatissima zia beatnik; il primo stereo tutto mio, gli “elleppì” comperati risparmiando sulle le paghette settimanali; la prima chitarra acustica e poi quella elettrica che vendetti per andare a vedere un concerto dei Jethro Tull al quale mio padre non voleva mandarmi. Verso i primi anni settanta arrivarono le radio libere che per me significarono giornate intere passate davanti ad un microfono, un mixer ed un paio di giradischi Lenco. Fu allora che cominciai a capire che quei famosi cerchi neri sarebbero stati parte integrante della mia esistenza. Ad un certo punto mi venne data l’opportunità di “mettere i dischi” (così si diceva allora) in un piccolo club, ma molto importante, di Perugia. Da allora la musica si è impadronita definitivamente della mia vita e non c’è giorno che, per questo, non ringrazi il mio destino.

Cosa ricordi delle tante volte che hai suonato alla consolle del Tenax? Cosa ti lega a questo club?
Il Tenax è uno dei club più importanti della mia vita e, senza ombra di dubbio, uno di quelli che hanno fatto la storia della club culture italiana. Nei primi anni ottanta pilotò, insieme ad una piccola elite di locali sparsi in tutto il suolo nazionale, la nascita di una concezione diversa e rivoluzionaria del locale da ballo. Per noi che detestavamo “la musica da discoteca” fu uno di quei santuari nei quali scoprimmo e sperimentammo nuove sonorità, nuove onde stilistiche e nuove forme estetiche. Ho il ricordo nitido di rocambolesche trasferte per ascoltare e ballare quei  fenomenali dj ed i tanto amati gruppi internazionali che così raramente ci era dato l’opportunità di vedere dal vivo: gli adorati Tuxedo Moon, Psychedelic Furs, Bauhaus, New Order e decine di altre meravigliose band. Finalmente respiravamo quell’aria che eravamo abituati solo ad immaginare, leggendo avidamente riviste inglesi come: The Face, iD o Mew Musical Express. Va da sé che quando, nei primi anni duemila, fui chiamato ad essere parte del progetto Nobody’s Perfect, ci misi, credo, dieci millesimi di secondo a rispondere di sì. Ricordo serate (e dopo serata) mirabolanti, atmosfere pulsanti e coinvolgenti, tanti amici scoppiettanti e risate a non finire.

Come vedi la situazione italiana dei club e degli artisti dance? Che confronti ti senti di fare con le altre realtà internazionali che conosci?
Io credo che in Italia ci siano tantissimi talenti e non temo smentita nell’affermare che il nostro è uno dei pubblici più appassionati e colti del mondo. Ormai il suono è globale e credo ci sia un filo comune che lega i club underground di tutto il pianeta. Se c’è una cosa in cui credi siamo deficitari noi italiani è una certa logica di management diciamo, efficiente e visionaria, allo stesso tempo, che ci farebbe fare notevoli passi avanti a livello di reputazione internazionale.

Ultimamente pare tu stia prendendo gusto a suonare anche in contesti particolari: Umbria Jazz piuttosto che il Mi Ami. Cosa ti piace e cosa ti interessa di queste esperienze?
Mi danno modo di sperimentare e dare sfogo a ricerche musicali alle quali, magari, non riesco a dare libero sfogo nel contesto dei club dove lavoro abitualmente e che sono così importanti e presenti nella mia vita. Credo che ogni forma sonora abbia bisogno del giusto contesto per funzionare e dimensioni dove poter esprimere tutte le proprie sfaccettature sonore e stilistiche. Credo sia linfa vitale per uno che fa il mio mestiere.

Dove trovi le ragioni per continuare a fare quello che fai dopo tanti anni?
Nel piacere infinito, impareggiabile e incommensurabile che provo nel fare quello che faccio.

Continui a restare onnivoro nei tuoi ascolti e nelle tue proposte o ti stai dedicando a indagare qualche scena musicale in particolare?
Totalmente onnivoro. Non ho pregiudizi. Ascolto, ascolto e riascolto. Prendo quello che mi fa vibrare e getto quello che mi lascia indifferente. Di come chiamano ciò che mi fa vibrare non mi curo minimamente. Le emozioni che da la musica non si classificano.

Cosa ti ispira in questo momento?
Sono da sempre affascinato dalla ripetizione di moduli ritmici ed armonici. Mi affascina e coinvolge una certa progressione “geometrica”, quasi di somma matematica progressiva degli stessi. Mi piacciono i “mantra sonori”, contaminati da tessiture melodiche che però non devono interrompere quella certa onda iterativa ed ipnotica che per me è fondamentale. Cerco essenzialmente questo. Oggi più che mai.

Impegni e progetti futuri dei quali hai voglia e possibilità di parlarci?
Soprattutto sviluppare il progetto live: Rhythm Harmony and Repetition of Forms che ho creato con un gruppo di musicisti magnifici come Gianluca Petrella, Giovanni Guidi, Leonardo Ramadori, con l’ausilio fondamentale dell’ingegnere del suono Leo”Fresco”Beccafichi. Lo abbiamo sperimentato al Jazz Re-Found di Vercelli ed alle ultime due edizioni di Umbria Jazz, nell’ultima delle quali ho avuto l’onore di avere come ospite speciale il leggendario Enrico Rava, a mio parere uno dei più grandi trombettisti del mondo. Poi far ripartire la mia etichetta discografica LaTerra, ferma da quattro anni. È già pronta la prima release che uscirà tra poche settimane. Infine sto dedicando molta energia per ottimizzare il LaTerra management, che rappresenta me, Carola Pisaturo, Uovo/Memoryman, Nick Antony Simoncino, Cesare vs Disorder, Quenum, Azimute ed a breve altri produttori, dj e progetti live, a mio parere, di grandissimo valore. Infine, ma non di minor importanza, farò quello che più mi piace fare e che faccio da sempre. Far ballare la gente… e ballare di gusto.