Ricardo Villalobos, lo sciamano degenere

Da dove si comincia a scrivere un articolo su Ricardo Villalobos?

Optando per un taglio storico-politico si potrebbe partire raccontando della famiglia in fuga dalla natia Santiago del Cile verso la Germania dopo che il Generale Augusto Pinochet ha preso il potere con un colpo di Stato a scapito del legittimo governo socialista di Salvador Allende nel 1973. Ma la cosa tenderebbe al pathos e prenderebbe una piega che non ci piace.

Se invece si volesse prediligere un taglio biografico, forse l’ideale sarebbe partire dai corsi di conga e bongo frequentati quando il nostro ha dieci anni e poi abbandonati per seguire gli amati Depeche Mode in giro per tutta l’Europa (ancora oggi sostiene che “Daniel Miller è Dio e Martin Gore è Gesù″). Ma ci sarebbero davvero troppi aneddoti da ricordare.

La declinazione discografica ci imporrebbe, invece, di mettere in fila nomi di etichette come Perlon, Cadenza, Playhouse Records, ECM Records, Assemble Music, Raum Musik Germany per poi approdare a quella personale, la Sei Es Drum. Se qualche informatico non avesse inventato lo scrolling in verticale neanche la pagina di Wikipedia riuscirebbe ad essere esaustiva in merito, quindi conviene mirare altrove.

Una buona idea potrebbe forse essere quella di tracciare una infografica cominciando a disegnare dei vettori che, su una mappa ideale, colleghino il nostro eroe alle persone con le quali si è trovato a collaborare e ai luoghi fondamentali per il suo lavoro. Ma come si fa a linkare Max Louderbauer alla terrazza dell’Amnesia di Ibiza?

E se, invece, decidessimo di cominciare da una campionatura degli aggettivi e die sostantivi con i quali viene più frequentemente descritto? Sciamano, mago, pontefice dello stile minimale, sacerdote del dancefloor, leader di culto… Stop. Si va di male in peggio.

Proviamo a parlare delle sue tracce storiche? ‘808 the Bassqueen’ del 1999 ha definito contemporaneamente il genere micro-house e quello techno-minimal (ma ricardo è allergico ai generi). ‘Easy Lee’ apre il suo primo album per una major (Alcachofa, Playhouse, 2003) con quel mitico campione di una pallina da ping pong che diventerà uno dei suoni più imitati del nuovo millennio, ma contiene anche un buon esempio della mutazione che un ritmo può subire in un brano di Villalobos, lungo una gamma che va dalla cadenza martellante dell’house a motivi caraibici e da un sincopato charleston al ticchettio robotico dell’industrial: ‘What You Say Is More Than I Can Say’. Il mini-album ‘Fizheuer Zieheuer’ (Playhouse, 2006) contiene un semplice loop di 37 minuti di musica serba per ottoni, la qual cosa doveva già farci intuire la predilezione di Ricardo per i tempi lunghissimi. ‘Minimoonstar’ sta dentro l’EP Vasco del 2008 su Perlon ed è un tour de force di scultura ritmica, che combina magistralmente pathos ed estasi mediante scoppi criptici e droni spettrali. Re: ECM è il mitico disco doppio con Max Loderbauer. Una raccolta geniale di remix di vecchi dischi della ECM in respiro di culto. L’ultimissimo remix del classico di DJ Pierre “What Is House Muzik”, dura 32 minuti ed è un viaggio acido, surreale e con una pompa inaudita che neanche Montagna Sacra aka Lory D… Ma per questo crinale ci si perde.

Torniamo al punto di partenza. Da dove si comincia a scrivere un articolo su Ricardo Villalobos?

Magari dalla fedina penale? Chi lo sa se lo hanno mai beccato quando, nei primi anni ’90, a Darmstadt e Francoforte organizzava feste illegali in edifici abbandonati o sotto i ponti dell’autostrada. Qualcuno ha il numero della polizia tedesca?

Meglio lasciar perdere. Venitevelo a sentire sabato 17 gennaio al Tenax e facciamola finita.
Che è tardi.


Ricardo Villalobos – RBMA Radio