Settembre: The Ranch — 001

Settembre: The Ranch — 001 Settembre: The Ranch — 001

Mi mandano qui un mese prima per assicurarmi che sia tutto pronto. Potrebbero mandare un drone, ma vogliono che ci vada una persona, non una macchina. L’unica cosa che non fanno le macchine è la manutenzione, tutto il resto è automatizzato. Ha senso: come fa una macchina a fare manutenzione a un’altra macchina ad esempio? Se poi anche quella si rompe? Le macchine qui dentro, a parte la manutenzione, fanno tutto; le persone niente, a parte me. Io faccio la manutenzione.

Diserbare, sistemare microfoni, grattare via la ruggine dalla griglia per il barbecue, ridipingere, candeggiare i pavimenti. Trecentosedici telecamere a alta definizione riprenderanno gli abitanti del Ranch ventiquattr’ore al giorno, nonostante normalmente trascorrano la maggior parte del loro tempo inerti, a abbronzarsi sulle sedie sdraio o sorseggiare tè ghiacciato sul patio. I pasti gli saranno amministrati in cubi monoporzione, da uno sportello adiacente a quello del ghiaccio. Il frigorifero registra l’apporto calorico quotidiano, l’idratazione della pelle e della temperatura corporea, tramite riconoscimento digitale e della cornea. È un frigorifero medico, come le telecamere, d’altronde, contribuiscono alla manutenzione del microclima del Ranch, nebulizzando conservante ambientale a intervalli regolari lungo tutto il perimetro. La tecnologia monofunzionale fa tanto secolo scorso. Qui dentro sono l’unico che se la ricorda. Ora è tutto polifunzionale, proprio come me, tuttofare. Faccio comodo in un programma così. Qualcuno che sa come funzionano le cose.

Nessuno dei partecipanti è nato più di ventidue anni fa. Li abbiamo selezionati attentamente. Il loro aspetto attuale è quello che manterranno per il resto della loro vita. Tutti i partecipanti, senza eccezioni, fanno l’iniezione prima di entrare al Ranch. In questo modo mantengono sempre la stessa faccia di quando sono diventati famosi all’inizio. Il corpo invecchia normalmente, ma l’aspetto esterno non cambia: il guscio è una procedura cosmetica. Quando gli comunichiamo la loro futura partecipazione al programma, si mettono a dieta, cominciano a pompare in palestra, fanno trattamenti di bellezza, poi, sei mesi prima di andare in onda per la prima volta si sottopongono all’iniezione. Quando arrivano qui il guscio si sta già indurendo. Io l’iniezione non l’ho mai fatta; soldi buttati via, dato che nelle riprese non appaio. Dopo quattro anni che lavoro a questo programma forse dovrei pentirmene. Il sole del Chianti mi ha scavato dei solchi nella faccia. Gli abitanti del Ranch si abbronzano uniformemente, il guscio distribuisce meglio la melanina. Io sono tutto a chiazze, con il rigo della polo sul collo. Non mi dispiace, a dirla tutta. Sono qui per lavorare, non per prendere il sole. Sanitizzare, derattizzare, pulire i cessi: normale manutenzione. Curo il dettaglio, mi assicuro che tutto vada per il meglio. Io sono il fattore umano qui dentro, il libero arbitrio, rispondo ai produttori del programma. Mi vanto che il mio Ranch sia il posto più pulito del mondo. Tengo fuori lo sporco – i rifiuti, lo scarto organico che i partecipanti, loro malgrado produrranno, e di cui non vogliono occuparsi. Non si rifanno il letto, non rimettono in frigo il latte, quando vanno al cesso non tirano lo sciacquone. Ci hanno scritto su un po’ di PhD, in America, queste cose ogni tanto su internet le cerco, la documentazione è nel dominio pubblico.

Pensare al mondo accademico, alla sua esistenza decimata, in qualche modo mi rassicura. Ricordarsi che c’è qualcuno che è rimasto a Harvard, tre gatti, certo, che queste cose le studiano. Hanno scoperto che la produzione del guscio crea una dissonanza cognitiva tra l’individuo e il suo corpo. Quando il processo di solidificazione dello strato esterno compie il suo corso, questi perfetti ventunenni si guardano allo specchio e compiaciuti si convincono di essere immortali. Non invecchieranno. Ma si dimenticano che, dentro, sono dei sacchi di merda come tutti gli altri.