The Ranch — More Than Reality

The Ranch — More Than Reality The Ranch — More Than Reality

Lo sfruttamento delle libertà e l’odio della ragione sono diventati temi forti dei nostri tempi. Nella nostra società la libertà, in particolare quella di parola, è diventata una vera e propria ossessione; in pochi purtroppo si chiedono quali responsabilità siano sottese a questo diritto, quello che conta sembra piuttosto avere la possibilità di vomitare qualsiasi cosa ci venga in mente addosso a chi ci circonda, sempre e comunque.

Il premio Nobel della letteratura Albert Camus ci ricorda in un suo saggio (Manifesto per la libertà di stampa)  che solo i tiranni hanno il potere di esercitare la libertà senza limiti. La libertà non può essere concepita unicamente nell’interesse dell’individuo che la esercita, ma deve avere come limite la libertà degli altri. Questo disclaimer è fondamentale per la convivenza tra colui che esercita la propria libertà e coloro verso cui viene esercitata.

Il quadro reale che emerge dalla contemporaneità ci porta a identificare la dimensione di un nuova homo-mensura in cui i rapporti relazionali soggettivi non sono più direzionati nei confronti di una umanità in cui l’individuo si rapporta con la comunità. Oggi, ognuno si fa misura del proprio piccolo orticello, in cui si barrica per proteggersi dal mondo esterno. Il nuovo mondo è fatto di singolarità in conflitto con il ‘fuori’, si è passati dalla relazione dell’uno verso i molti, alla difesa dai molti, di ognuno. Questo cambio di numeratore e denominatore ci destabilizza,  portandoci ad escludere e cancellare quelli che percepiamo come ‘corpi estranei’, e cioè, tutto ciò che risiede al di fuori dell’io.

Il filosofo dell’antica Grecia Eraclito, uno dei maggiori pensatori presocratici, con la sua Teoria degli opposti propone che la legge segreta del mondo risieda proprio nella stretta connessione dei contrari, che in quanto opposti lottano fra di loro, ma allo stesso tempo, non possono fare a meno l’uno dell’altro, poiché è l’esistenza dell’altro a sancire la loro identità. Che ne è di questo oggi? Di che tipo è il nostro rapporto personale nei confronti degli altri?

Ciascuno di noi è servo e maestro di se stesso, in un processo di auto-sfruttamento: le lotte comunitarie condivise si sono trasformate in lotte interiori, con se stessi. Troppo spesso problematizziamo noi stessi, invece di porci in discussione con gli altri.

Il nostro corpo sociale è interconnesso tramite automatismi tecno-linguistici che tendono a ridurci a una mera ripetizione di pattern comportamentali, attività schematiche che si riproducono per ciascuno di noi, identiche nella loro individualità, come le azioni di uno sciame di insetti. Coltiviamo un autocompiacimento per la nostra propria miseria spirituale, per la merda di vita che siamo costretti a vivere. Cellule del nostro sciame, insieme nuotiamo in una melma che autoproduciamo, senza accorgercene poiché troppo ossessionati da noi stessi: affoghiamo insieme nelle nostre secrezioni, nei nostri escrementi.

Stiamo vivendo una particolare fase storica in cui la libertà stessa – o quella che  un tempo consideravamo tale – si è fatta compulsione,  costrizione. Come possiamo ancora, chiamarla ‘libertà’, se ci costringe in schemi soffocanti, che ci fanno ammalare? I disturbi psichici come la depressione e il burnout esprimono una profonda crisi del concetto libertà nella società contemporanea, un indice patologico delle nuove declinazioni della libertà nelle sue molteplici forme compulsive.

Laddove il marketing del divertimento si focalizza sul desiderio, la comunicazione politica specula perversamente sulla paura, offrendoci uno scenario di pestilenze, di catastrofi climatiche, di reclusione e alienazione dei corpi – forse l’unico sempreverde rimasto su un pianeta in via d’estinzione, che sembra rinnovarsi di nuovi orrori ogni giorno. Per reazione secerniamo con forza e caos il nostro fardello esistenziale in faccia al prossimo, mentre la nostra presenza sui social testimonia il processo in tempo reale.

Se davvero pensiamo che la libertà che esce dal corpo dell’uomo sia sempre incondizionatamente legittima, e giusta, allora viva la merda.

Tramite queste considerazioni, Studio Proclama, introduce la nuova campagna per la stagione 2018/19 di Nobody’s Perfect al Tenax, proponendo un forte immaginario suddiviso in scene narrative ispirate al Decameron di Giovanni Boccaccio. Nell’opera i protagonisti fuggono dalla città di Firenze nel 1348 per sopravvivere a un’epidemia di peste, trovando riparo in una residenza di campagna, dove trascorrono il tempo tra balli, canti e racconti, lontani dalla morte che imperversa in città.

Nella versione di Studio Proclama, il virus è ormai diffuso all’interno dei corpi dei personaggi, e la casa fuori città si è trasformata in una gated community, una tipologia di modello residenziale molto in voga oggi per le classi agiate, auto-segregativa, spesso recintata, formata da gruppi di residenze. Con una caratteristica in più: i dieci, bellissimi abitanti della comunità, rinominata The Ranch, sono seguiti in ogni movimento da telecamere a alta definizione, che ne proiettano le immagini in tutti i salotti italiani. Invece di esorcizzare e allontanare le pestilenze questo contesto ne accelera la diffusione, fondendo i soggetti in masse inorganiche. L’anti-Decameron di Studio Proclama esplora gli strati di realtà che entrano in lotta fra corpi rinchiusi in uno spazio costrittivo e spettacolarizzato: documenta il processo di una comunità che si trasforma in un fatberg.